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Provincia Autonoma di Trento - Giunta

 
14/05/2014

Autonomia, svolta necessaria

Il presidente Ugo Rossi al convegno di A.T.I.
Trento, 12 maggio 2014

Centralismo non fa rima con efficienza
Due parole sul contesto nel quale ci stiamo muovendo: noi non andremo a chiedere più risorse a Roma, noi andremo a dire al governo che vogliamo partecipare al risanamento. Andremo a dire al governo che abbiamo anche l’ambizione di portare in dote qualche esempio positivo. E' stato citato il reddito di garanzia. Io spero di riuscire a portare in dote soprattutto la rappresentazione di un principio, che qui da noi è assolutamente evidente, ma lo è anche in altre regioni a statuto ordinario: non è assolutamente vero che accentrando le decisioni in un posto solo ci sia più parità dei servizi e un miglioramento generale dei meccanismi di spesa, anzi è assolutamente vero il contrario. Quindi forse la dote che speriamo di poter portare al governo è anche questa: togliere l’illusione che sia portando tutto ad un solo livello, a un livello centrale, che possono migliorare le cose.

Vogliamo la migliore scuola d'Europa
Io indicherei alcune linee guida per cercare di affrontare questo tipo di svolta a cui siamo chiamati. L'obiettivo fondamentale è rendere più forte il Trentino. Come facciamo ad essere più forti?
Io penso che la prima cosa su cui dobbiamo investire sia il capitale umano, con qualche distinzione. Abbiamo investito tanto su università e ricerca, ma in questi anni abbiamo un poco trascurato la scuola. Io penso che il Trentino debba darsi un obiettivo: avere la miglior scuola non solo d’Italia ma d’Europa. Perché non immaginare che il Trentino possa essere il primo in Italia  ad avere una scuola dove il ciclo della media superiore si fa in 4 anni come nel resto d’Europa, e quindi garantire un anno in più nel percorso di formazione ai nostri ragazzi? In quell’anno potremmo fare cose che oggi non riusciamo a fare. Perché non immaginare ad esempio di avere una scuola che sia il motore vero di un Trentino trilingue? Non possiamo immaginare di avere rapporti con i paesi vicini, di attivare un’asse con Innsbruck o Monaco, se poi abbiamo difficoltà nel comunicare. Dobbiamo avere una scuola che sia in grado di comprendere dentro di sé il mondo del lavoro, la competitività, l’impresa, la società.

Più forti con una nuova classe dirigente
Per essere più forti, certamente dobbiamo partire da noi, e questa è la seconda linea guida: noi siamo classe dirigente e dobbiamo immaginare come creare nuova classe dirigente perché abbiamo delle evidenti esigenze di rinnovamento, che non riguardano solo il ricambio, ma anche il  meccanismo della competitività. Qualche giorno fa ho lanciato su internet una provocazione: “Vediamo di affrontare il tema del reclutamento della classe dirigente pubblica in un modo diverso, con una logica di tipo meritocratico, in cui mettiamo in discussione quello che facciamo e accettando il rischio che possa esserci qualcuno che, lavorando bene dal basso, magari prenda il nostro posto per un po’, perché magari dimostra di riuscire a fare meglio”. Credo che questa sia una sfida importante per la classe dirigente, pubblica in particolare.  

Meno norme
E poi, le norme. Prima si citava Kessler: credo di non sbagliarmi nel ricordare che l’Università è stata fatta senza norme. Noi oggi siamo assolutamente prigionieri delle norme. Abbiamo una classe dirigente pubblica preparatissima, di una dedizione totale, quindi non è una critica quella che sto facendo. Però non vorrei partissimo dalle norme nell’affrontare i problemi. La classe dirigente di una provincia autonoma, di una comunità autonoma parte dal problema, individua le soluzioni al problema, poi va a cercare le norme, e fa anche rimuovere dalle norme quegli ostacoli che impediscono la soluzione.

Cercarci i "clienti"
Un altro imperativo lo sintetizzerei così: andare a cercarci i clienti. Fare le cose e non "venderle bene" non funziona. Il cliente va cercato. Le eccellenze vanno comunicate.

Risparmio e semplificazione
Più forti, quindi. Come? Anche un po’ risparmiando, evidentemente. Un imperativo categorico di concentrazione delle risorse lo dobbiamo assumere a nostra linea guida. Abbiamo soggetti pubblici che occupano un’ampia fetta di mercato, altri che lavorano, a volte, in sovrapposizione.
Una linea di semplificazione e di apertura, quindi, credo sia assolutamente dovuta. Così come dobbiamo pensare che tutto ciò che esiste oggi, non è detto che debba esistere anche domani. Questo vale sul piano dell’architettura istituzionale, nel senso che certamente abbiamo l’esigenza di superare i campanilismi, i localismi, il fatto che i comuni sono piccoli, ma abbiamo anche l’esigenza di semplificare prima di tutto verso i cittadini e le imprese il meccanismo decisionale. Io credo che il campanilismo lo possiamo combattere, cercando culturalmente tutti assieme di essere orientati al bene comune. Quindi anche i nostri comuni evidentemente devono riuscire a fare uno sforzo in questa direzione.

La vera innovazione
Io penso che l’innovazione, se non provoca qualche fastidio, se non provoca qualche danno, qualche cambiamento del quale gestire gli effetti, non è innovazione. E’ qualcosa che si aggiunge a qualcosa che c’è già. Nel campo del coraggio penso che siamo stati abituati a considerare che il miglioramento e la crescita siano un continuo aggiungere a ciò che abbiamo.  Dobbiamo invece un po’ destrutturare tutto quello che abbiamo costruito, lo dico anche con riferimento al costruito "vero", quello del patrimonio immobiliare – non sono pubblico – che è eccessivo. Dobbiamo anche immaginare, ad esempio, di togliere un po’ di chimica dalla nostra agricoltura. Ci stiamo lavorando, non solo attraverso il biologico ma anche attraverso la ricerca: questo sarebbe un bell’esempio e  coglierlo ci può far migliorare. Quindi, anche togliere qualcosa.

Due domande
Chiudo con un auspicio:  vorrei che tutti i giorni, quando ci svegliamo, ci ponessimo due domande, a cui dare altrettante risposte positive. La prima è: cosa posso fare per togliere una resistenza, un ostacolo, un freno al cambiamento? E la seconda: cosa posso fare per migliorare il risultato del mio lavoro?

 
 
 
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